?? FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE E DELLA DIVINIZZAZIONE DELL’UOMO – 25 Marzo 2020

Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).

Se è impossibile non pensare anche con crescente ansia all’attuale situazione di sofferenza e di limitazioni delle libertà personali e collettive, è tuttavia possibile e doveroso farlo accettando la sfida di ricordare che “tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio” (Rm 8, 28).

Vivere con fede e responsabilità il momento presente significa tentare di rispondere in modo adeguato agli interrogativi che assalgono, non senza motivo, la coscienza dei credenti.

Dio è sempre buono e onnipotente, anzi, bontà e onnipotenza sono due dei suoi più grandi attributi e tutto ciò che esce dalle sue mani è manifestazione di amore. La preghiera che incessantemente sale da ogni parte della terra in questi giorni si fonda sulla certezza che Egli è il Padre buono che conosce e si prende cura dei bisogni dei suoi figli (cf. Lc 11, 13).

Ma allora perché tarda a manifestare la sua potenza contro questo male? Si è forse dimenticato di noi a causa del nostro peccato? Rientra tutto in un piano? Ma se Dio lo permette potrebbe anche fermarlo. Ed è motivo di dubbio. E come sempre il dubbio porta a far vacillare le certezze che prima si ritenevano incrollabili. Se Dio è buono ma non agisce allora è perché non è in grado, non è abbastanza potente da fermare il male. Se Dio è onnipotente ma non agisce allora è perché non ama infinitamente i suoi figli. Bontà e onnipotenza sembrano escludersi a vicenda. E il dubbio, benché confortato dalla pazienza di attendere, rischia di generare il silenzio della disperazione o, peggio, forme di spiritualità che tradiscono il vero volto di Dio, attraverso soprattutto la penitenza e il sacrificio.

Anche la percezione che da questo male capiremo molto di uno stile vita altro e differente, apprezzando di più ciò che già abbiamo, non può bastare. Pensare che per un bene superiore siamo oggi costretti alla sofferenza ripugna alla coscienza credente e non credente.

Non abbiamo mai il coraggio di accettare nella fede che il limite, il dolore, il male, la morte ci appartengano e facciano parte di noi (cf. CCC 385). Abbiamo bisogno di pensare che esistano sempre per un motivo, conseguenze estreme di un castigo che abbiamo meritato e che, attraverso il sacrificio e la preghiera di supplica, abbiamo la possibilità di riparare. E Dio non si commuoverà ancora per noi, cancellando il dolore che ora stiamo subendo? Ma quando lo farà?

Questa struttura della fede però è radicalmente distrutta dal fatto che Gesù di Nazaret, generato nel grembo purissimo della Madre sempre Vergine, personalmente Dio e uomo, ha vissuto nella sua carne l’imperfetta condizione dell’uomo. Prendendo gradualmente coscienza di sé attraverso la sua continua relazione di figlio con il Padre, Gesù ci rivela chi siamo realmente: siamo di Dio, perché creati dal traboccare del suo amore.

La nostra relazione con Lui è reale (cf. STh I, q. 45, a. 3, ad 1), ovvero la profondità del nostro essere è un dono della profondità del suo Essere che è Amore.

Benché incapaci di capire il fatto meraviglioso dell’incarnazione del Figlio di Dio, abbiamo la possibilità di scoprire che proprio lì c’è la promessa già realizzata della nostra speranza: “noi saremo simili a lui” (1Gv 3, 2), perché divinizzati.

Quale preghiera allora i cristiani, già privati del sostegno dei sacramenti, possono vivere in questo momento di dolorosa crisi anche spirituale? Quali comportamenti possono poi attuare, sicuri così di riconoscersi nella volontà d’Amore del Padre?

Innanzitutto, pregare per capire qual è la concreta risposta d’amore che oggi sono chiamato a dare e decidermi ad attuarla, fosse anche solo quella di restare in casa. Poi pregare perché Dio susciti in me la consapevolezza del bene da compiere verso i miei cari, gli anziani, i poveri.

È una strada praticabile oggi perché io diventi collaboratore della divinizzazione che ho ricevuto in dono.

Buona festa della Divinizzazione!

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